Archivi categoria: Prodotti

LE PROPRIETÀ DEI CARCIOFI CHE FANNO BENE ALL’ORGANISMO

Noto sin dall’antichità per le sue doti benefiche, il carciofo è un’ottima verdura di stagione già nel mese di novembre, sebbene si raccolga da ottobre fino a giugno, caratteristica che fa sì che sia da molti considerato come il vero e proprio re dell’inverno.
Molto versatile in cucina, in Italia viene coltivato principalmente in Toscana, Liguria, Lazio e Puglia, e può raggiungere anche un metro di altezza.
Ma per svelare tutti i segreti e le proprietà dei carciofi abbiamo incontrato la dottoressa

 

Clicca quì sopra per continuare…

 

Annunci

LE PROPRIETÀ DEL RADICCHIO

 

 

Chi l’ha detto che la verdura di stagione a novembre non possa competere con quella estiva per colore, gusto e anche benefici? Il radicchio, ad esempio, è un ortaggio della stagione fredda che può dare molte soddisfazioni in questo senso, a partire dalla versatilità che lo rende l’ingrediente perfetto in tante ricette diverse.

Radicchio rosso, radicchio bianco, o viola, sono diverse le varietà che si possono utilizzare, valorizzando al meglio le diverse caratteristiche di ogni tipo. Quale che sia la vostra scelta, le proprietà del radicchio rimangono invariate e vanno conosciute, perché importanti per il nostro organismo. Ne parliamo con la dott.ssa Francesca Evangelisti – biologa nutrizionista – che ci spiegherà tutti i benefici di questo ortaggio di origini orientali, il cui nome scientifico è Chicorium Intybus (che deriva dal latino radix – radice).

 

 

Vai direttamente al LINK dell’autore…

Carciofi alla giudia

carciofi-alla-giudia

Scopriamo insieme la ricetta per preparare i carciofi alla giudia secondo la tradizione ebraica romana.

Carciofi alla giudia, che bontà! Eccovi un piatto della tradizione romana che proviene dalla cucina ebraica. I carciofi vengono aperti a “fiore” e fritti in abbondante olio e sono in realtà un contorno. Nel cuore del centro storico di Roma, dove c’è l’antico ghetto ebraico, numerosi ristoranti lo dichiarano il loro piatto forte ed è uno dei piatti tipici della cucina romana.

 

Preparazione

  1. Lavate bene i carciofi ed eliminate le foglie esterne più dure. Suggerimento: con una mano ruota lentamente il carciofo, mentre con l’altra tieni un coltellino affilato inclinato ed incidi le foglie esterne asportandone la parte scorza esterna. Procedi a spirale fino a dare al carciofo la forma di una palla.

  2. Mondate il gambo togliendo la parte più esterna e lasciate solo 3-4 centimetri.

  3. Mettete i carciofi in una bacinella con acqua acidulata con il succo del limone per almeno 20 minuti perché non scuriscano.

  4. Poi sistemate i carciofi su un piano di legno a testa in giù e appiattite bene in modo che le foglie si aprano. Potete condirli con olio, sale e pepe secondo il vostro gusto.

  5. Ora vediamo la parte finale della ricetta, per renderli croccanti. In una larga padella scaldate abbondante olio e friggete 4-5 carciofi a testa in su a fiamma bassa. Dopo qualche minuto girate e schiacciate ancora i carciofi e alzate la fiamma in modo che sia altissima.

  6. In questo modo i vostri carciofi alla giudia saranno diventati croccanti.

Attenzione in ogni caso agli schizzi d’olio durante la cottura!

Vi consigliamo di servire i vostri carciofi alla giudia subito caldissimi, dopo averli passati nella carta assorbente per eliminare l’eccesso di grasso. Questo piatto esalta l’aroma di questo ortaggio come pochi altri.

 

Ma perché si chiamano “carciofi alla giudia”?

Questo piatto ci racconta una storia interessante. I carciofi alla giudia erano consumati già dai tempi antichi dalla comunità del ghetto a Roma. In particolare, venivano preparati dopo la celebrazione del Kippur, noto anche come festa dell’espiazione. Si tratta di una giornata caratterizzata dal digiuno assoluto, in cui è fatto divieto di mangiare, bere, ma anche di svolgere una qualsiasi attività.

La giornata viene passata nel raccoglimento, pregando. Dopo la giornata di espiazione, gli ebrei romani solitamente consumavano questa pietanza, ideale per spezzare il digiuno. Per questo motivo furono chiamati “alla giudia” o “alla giudea“.

Fonte  vai al link 

carciofi-alla-giudc3aca-fronte

 

 

Il Formaggio in Montagna e nel Maso : il Graukase – Storia del formaggio

f8

f6

f5

 

 

pa1Patrizio Gabutti per Mangiare Bene

 

 

Il lavoro domestico: fare il formaggio *

Nell’ambito dell’economia del maso il formaggio non rivestiva quel peso che ha tradizionalmente in altre zone di montagna, gli altipiani veneto-trentini in primis. In generale si può affermare che i formaggi sudtirolesi erano in genere più leggeri e magri in quanto la lavorazione del latte era innanzitutto indirizzata alla produzione del burro, pilastro della cucina e fonte irrinunciabile di grassi nell’alimentazione di popoli che non conoscevano l’olio, tanto meno d’oliva. In Val Venosta la produzione di formaggi di malga e cagliati era più radicata nella cultura locale grazie alla vicinanza con la Svizzera. Le malghe della Val Pusteria e dell’alta Valle Isarco erano invece note per il formaggio grigio, che veniva prodotto con lo scarto della produzione del burro. Anche per questo motivo veniva prodotto in casa.
Più che un singolo prodotto il termine Graukäse sta a indicare una famiglia di formaggi (i Sauerkäse), derivanti dal formaggio Hand (così chiamato perchè un tempo veniva modellatato a mano), il quale fu capostipite dei formaggi a coagulazione acida di latte magro. Da questo particolare tipo di lavorazione oltre al Graukase si ricavano il Quargel, Hartzkase, il Kochkase e altri ancora, dalla produzione tipicamente famigliare e con nomi che variano a seconda della zona del Tirolo.
Ha un’origine antichissima ed è forse il più magro dei formaggi: la materia grassa sul residuo secco non supera il due per cento. Viene prodotto lasciando semplicemente inacidire il latte avanzato dalla produzione del burro, senza far uso di caglio. Ne deriva una massa granulosa, da pressare in pani, in cui durante la stagionatura tendono a svilupparsi muffe grigio-verdi, dalle quali prende il nome. Per trovare i primi documenti scritti sulla presenza di questo formaggio di latte vaccino bisogna risalire almeno al 1325, e consultare i registri di Castel Badia (Sonnenburg), che per secoli ospitò un convento per le figlie della nobiltà locale. Ad esse spettavano le decime più golose, spesso in prodotti naturali, tra cui, ovviamente il Graukäse, e specialmente quello di Rio Bianco, considerato il migliore.

Un piatto di Graukase e cipolla oggi.
Negli ultimi decenni, l’invasione di formaggi di valle e di latteria ha relegato lentamente la produzione del Graukäse quasi esclusivamente all’ambito domestico, nei masi di montagna e in un paio di latterie sociali, che utilizzano però latte pastorizzato e fermenti.
Il Graukaese non ha crosta e la pasta si presenta marmorizzata, con nocciolo interno bianco-gesso che, a seconda del grado di maturazione, può diventare giallo e untuoso.
Ha un sapore amarognolo ed un aroma molto intenso; risulta un pò secco al palato e per questo motivo viene generalmente condito con aceto, e talvolta anche con olio ed erbe aromatiche, sale e pepe a piacere. E’ tradizione che il Graukäse venga mangiato così condito assieme a fette di cipolla bianca e a una pagnotta di segale, dopo un periodo di riposo affinchè il formaggio maceri per bene.

f11

 

 

Per la storia del formaggio in generale, ti consigliamo di cliccare su questo LINK

http://www.formaggio.it/la-storia/

 

maso

f10

 

 

COME FARE IL RISOTTO: 10 TRUCCHI UTILI

 

riso

 

pa1 Patrizio Gabutti per Mangiare Bene

 

Crema di scampi, funghi porcini, ortiche o zafferano: come lo fai e fai, il risotto ha sempre il suo perché. Eppure la perfetta mantecatura non è affatto semplice. Quindi, come fare il risotto per ottenere un buon risultato? E tra i tanti tipi di riso, qual è il migliore per cucinare questo piatto? Il brodo è meglio aggiungerlo caldo o freddo? E la fiamma deve essere dolce o alta? In questo articolo vi sveliamo 10 trucchi per rendere il vostro risotto perfetto.

 

A PROPOSITO DELL’AUTORE

Monica Face

Di origini napoletane, è nata e vive a Roma. In passato ha collaborato con vari settimanali, tra cui “Di più”; “Di piùTv Cucina”; “RadioCorriere Tv”; “Onda Tv”; “Messaggero Tv”. Oggi invece si dedica anima e corpo al suo blog, “Che cavolo cucino, oggi?”. Il suo piatto preferito è la parmigiana di melanzane, “perché è un ricordo d’infanzia e perché”, dice, “quando aspettavo il mio bambino avevo sempre voglia di melanzane”. Nella sua cucina non possono mancare il pane (che prepara in casa) la frutta e il caffè, “perché altrimenti… il pasto non è finito”.

 

 

vai al Link

 

http://www.ilgiornaledelcibo.it/come-fare-il-risotto-10-trucchi/

 

riso2

 

gallo

 

 

 

 

 

 

Il pomodorino del “piennolo”

pomodorini

 

 

Il pomodorino del “piennolo”, storia e leggende dello spongillo

Si racconta che Lucifero creò Napoli rubando un pezzo di Paradiso, ma la terra, toccata dal Diavolo, era diventata arida e fiammeggiante. Quando Gesù vide quell’angolo di mondo sottratto al Cielo iniziò a piangere e, le sue lacrime, cadute sulle pendici del Vesuvio, resero la terra vulcanica fertile e produttiva.
Il pomodorino del “piennolo” è il chiaro esempio di quanto questa leggenda sia vera. Può essere coltivato, infatti, solo a trecento metri sopra al livello del mare fra la terra, ricca di sali minerali del Parco Nazionale del Vesuvio. Non a caso l’UE, nel 2009, lo ha dichiarato DOP.


Il colore rosso intenso, la buccia dura che conserva tutte le sostanze nutritive anche a lungo termine, il sapore fresco e acre, rendono questi pomodorini unici al mondo e impossibili da coltivare altrove.

Una storia racconta, addirittura, che il colore rosso sia dovuto a piccole gocce della lava del Vesuvio che, nutrendo l’ortaggio, gli danno vita e resistenza.


Molti sono i nomi popolari attribuiti al prodotto e, spesso, variano di città in città: è un esempio il termine “pomodoro di spongillo”, per la puntina nella parte inferiore del pomodoro (sponda), che, in altri comuni diventa “spuncillo”.


Il nome universale “pomodorino del piennolo” è dovuto al modo in cui i pomodorini vengono conservati e coltivati “appesi” in una rete che li tiene sospesi su bastoncini o pezzi di legno.


Si racconta, a Torre del Greco, che le mogli dei pescatori e dei marittimi si occupassero di intrecciare e sistemare le reti che servivano per la pesca. Quando, però, i mariti andavano in mare, per continuare a lavorare, le donne usavano la stessa procedura per intrecciare i piccoli nodi delle reti del “piennolo”.


Dopo questa storia risulta ancor più evidente quanto i pomodorini del “piennolo” siano il prodotto più rappresentativo della nostra terra: delle perle, rosse come il fuoco del vulcano, resistenti come il suolo che la genera e intrecciate da reti di marinai.

 

p

 

 

pi

 

 

pien

 

 

pien1

 

 

pien2

 

images

La carne di Kobe: ecco quello che dovete sapere prima di parlarne

pa1Patrizio Gabutti per Mangiare Bene

 

c

Kobe: questo sconosciuto! No, non è il titolo di un nuovo saggio sulla carne, ma è la sintesi di uno degli argomenti che più di ogni altro è al centro dell’ attenzione, per quanto riguarda la cucina giapponese. Questa particolare e pregiatissima qualità di carne proviene da una rarissima razza di manzo, caratterizzata dal distintivo colore nero e dalla mole imponente. Questi animali infatti furono introdotti in Giappone al fine di coadiuvare i contadini nella pesante coltivazione del riso gohan. Nel diciannovesimo secolo i giapponesi cominciarono a consumare questa carne e ne rimasero affascinati dalla sua tenerezza e dalla distintiva marezzatura. Il nome esatto della specie è Kurolem Wagyu o Tajima Wagyu, ad indicarne proprio la caratteristica colorazione nera, la parola Kuro in giapponese significa per l’ appunto nero. Kobe è semplicemente la città situata nella prefettura di Hyogo, divenuta famosa per l’ allevamento del Wagyu.

 

 

link all’articolo….segue

c3

 

c1

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Gruppo Facebook : mangiare bene e spendere poco idee per Arezzo e provincia